Il restauro in Italia: una storia ad alto tasso tecnologico

I “Pac-Man” dell’arte: i batteri biopulitori e altre tecniche di restauro

L'Italia è un paese tanto bello quanto fragile. I nostri beni culturali sono vulnerabili sia per le condizioni del territorio, che è sempre più soggetto ai danni dovuti al cambiamento climatico, sia per l'azione umana. La tecnologia però arriva in soccorso del settore del restauro, in cui l'Italia vanta una tradizione di eccellenza ed è l'ingrediente chiave di una ricetta che unisce competenza, innovazione, sostenibilità.

Come sottolinea Antonio Forcellino, uno dei massimi esperti del settore, nonché autore degli interventi nella Sagrestia Nuova di Firenze e presso la Tomba di Giulio II a Roma sostenuti da Lottomatica, “il restauro è il nostro futuro.”

Ed è proprio con uno sguardo alle tecnologie di domani che gli operatori sperimentano soluzioni inimmaginabili fino a pochi anni fa.


Dall'antichità al futuro

La storia del restauro è antichissima e ne abbiamo testimonianza già nella Grecia classica e nella Roma antica. L'Italia, la cui identità è stata scritta attraverso l'arte, è sempre stata un laboratorio privilegiato per la crescita e lo sviluppo delle botteghe in cui ci si prendeva cura delle opere antiche. Dal 1939, anno in cui Cesare Brandi fondò l'Istituto Centrale per il Restauro a oggi, molta acqua è passata sotto i ponti. La bottega tradizionale, che assomigliava all'antro di un alchimista, in tempi recenti si è fusa con il laboratorio scientifico e la convergenza di saperi ha permesso di fare un balzo in avanti nella conservazione e nella protezione dei beni culturali.
Tra sistemi di monitoraggio ambientale, robotica, nanotecnologie e biotech abbiamo scelto due esempiche danno un'idea della continua evoluzione di un settore così affascinante.

 

Sensori hi-tech e tessuti tecnici

Il Camposanto Monumentale di Pisa è stato oggetto nel 2018 della restituzione dell'affresco trecentesco di Buonamico Buffalmacco, definito “la Cappella Sistina pisana”, spettacolare testimonianza del gotico italiano.
Già ai tempi del Vasari il Trionfo della Morte mostra segni di degrado dovuti alla forte umidità. Nel 1944, a seguito dei danni causati all'ambiente da un incendio provocato da una granata, le pitture subiscono un ulteriore oltraggio. Passerà del tempo prima che si arrivi alla decisione di procedere con lo “strappo” (una tecnica invasiva oggi non più in uso) e, successivamente, al restauro vero e proprio. Si tratta di un lungo e complesso intervento nel quale vengono impiegati batteri coltivati in vitro ed “educati” a mangiare le tracce di caseina e di colla che ricoprono il dipinto dal dopoguerra. Ma una volta completato, per i restauratori rimane un problema da risolvere, ovvero eliminare l'umidità delle stanze che già aveva mostrato tutto il suo potenziale distruttivo.
Si è deciso così di puntare su un'idea apparentemente semplice: raccogliere dati ambientali digitali in tempo reale e compensare l'azione dell'umidità sulle pitture. Grazie all'intervento dell'Opera Primaziale Pisana, guidata da Antonio Paolucci (già Ministro dei Beni Culturali e Ambientali) insieme a CNR-ISAC e Pegasoft, è stata realizzata una rete di monitoraggio preventiva che controlla le condizioni microclimatiche degli ambienti. Quando il sistema rileva condizioni critiche, si attiva un impianto di retro-riscaldamento dell'affresco che impedisce la formazione di rugiada e scongiura il possibile degrado biologico. Un sistema unico al mondo nel quale l'utilizzo di pannelli ultraleggeri, sensori di precisione e tessuti in fibra di carbonio, protegge gli affreschi, oggi finalmente visibili in tutto il loro splendore.

Le immagini del restauro


Batteri biopulitori: i Pac-Man dell’arte

I batteri sono diventati una risorsa insostituibile per chi restaura, dei veri e propri assistenti biologici. Come nel caso degli affreschi del Camposanto, i microbi – ma vengono usati anche alcuni microfunghi - possono eliminare i residui di specifiche sostanze senza alterare i colori di un dipinto o la superficie di una statua. Come? Immaginateli come dei Pac-Man che inseguono e divorano i fantasmi, che in questo caso sono tutte le particelle di materiale organico o inorganico che possono danneggiare le superfici. Queste “armi batteriologiche di precisione” vengono progettate e sviluppate in laboratorio, a seconda delle necessità, e ne esistono delle vere e proprie collezioni. Sono state impiegate per esempio per la pulitura degli affreschi della Cappella Sistina, i dipinti della Galleria Farnese ma anche per i marmi della Galleria di Arte Moderna di Roma e la Pietà Rondanini. Sì, perché accanto alla biopulitura, i batteri sono anche capaci di svolgere attività di bioconsolidamento: in pratica, sono in grado di produrre sali minerali che possono rinforzare la struttura di statue, monumenti e architetture in pietra oppure eliminare le famose “croste nere”, formazioni tipiche del marmo, causate dall'interazione del materiale con agenti atmosferici inquinanti. Sistemi ecologici, che rispettano le opere d'arte, la salute degli operatori e anche l'ambiente, in grado di rimpiazzare i più aggressivi solventi.

Come abbiamo visto, il restauro oggi beneficia dell'aiuto dell'informatica, della biologia, di materiali di nuova generazione, tutto per ottenere la massima efficacia e il minimo impatto sull'opera d'arte. Che si tratti di un dipinto su legno, di una pergamena o dei marmi più preziosi, largo alla tecnologia.