La nuova illuminazione delle Cappelle Medicee

Il restauro della Sagrestia Nuova delle Cappelle Medicee: la parola ad Antonio Forcellino.

Il restauro della Sagrestia Nuova, una delle più importanti testimonianze artistiche del Rinascimento italiano, ha un nome e un volto: sorriso aperto, ricci ribelli come quelli scolpiti dal maestro fiorentino, l'amore per l'arte che traspare da ogni parola. Stiamo parlando di Antonio Forcellino, storico dell'arte, architetto e restauratore che, insieme al maestro delle luci Mario Nanni, ha realizzato l'intervento per restituire l'opera di Michelangelo agli spettatori nella meraviglia della sua luce originale. Un intervento filologico che rappresenta una nuova frontiera nella conservazione e nel restauro, realizzato da uno dei massimi conoscitori dell'opera del genio fiorentino.

LE FASI DEL RESTAURO

1. Parliamo di luce: che ruolo ha nella Sagrestia Nuova?

Si tratta di un complesso dove architettura, scultura e decorazione sono integrate e dove la luce svolge un ruolo di commento, traccia un percorso simbolico, crea un legame tra tutti gli elementi. Michelangelo ha utilizzato due qualità di luce, attraverso l'apertura delle finestre nella parte alta della Sagrestia e su tutte e quattro le pareti. La luce diffusa, più costante, cade dall'alto e consente durante tutto l'arco della giornata una lettura chiarissima della complessa architettura. La luce prodotta dalle finestre, con le sue variazioni, fa da commento ai gruppi scultorei e produce un effetto di tipo diretto e uno indiretto, rilevante nella lettura generale. In gergo tecnico produce delle fonti secondarie, con straordinari effetti di rifrazione sulle statue che mutano durante le ore del giorno.

 

2. Qual è stata la fase o il momento più difficile del progetto di restauro?

Sicuramente la fase iniziale, quella in cui era necessario capire come funzionava l'illuminazione naturale all'interno della Cappella ai tempi di Michelangelo, dal momento che era stata completamente stravolta dalla costruzione del Cappellone dei Principi.
Era difficile comprendere quale tipo di luce avesse investito le sculture in origine.
La fase di studio è durata diversi mesi. Prima di verificare la condizione di luce nei vari momenti della giornata c'è stato il lungo periodo di studio filologico in cui si va a leggere tutto ciò che è stato scritto sul tema. Devo dire che la luce non è un argomento molto frequentato dagli storici dell'architettura né dagli storici dell'arte, però erano state scritte alcune cose da studiosi importanti, soprattutto in tedesco. La fase pre-progettuale è durata un paio di mesi.

3. Come avete valutato l’impatto della luce sull’opera?

La varietà di fonti secondarie è difficile da immaginare e per questo abbiamo utilizzato il time-lapse per valutare l'irraggiamento indiretto delle statue. Un esempio è la statua dell'Aurora, che al mattino viene illuminata anche da dietro grazie al riflesso prodotto dal marmo retrostante dove batte direttamente la luce. Michelangelo ha utilizzato nella scultura ciò che Leonardo ha teorizzato nel suo Trattato della pittura, ovvero le riverberazioni definite anche “lumi secondari”.

4. Che tipo di luci sono state utilizzate per illuminare il complesso?

Per cercare di ripristinare la continuità della luce diffusa, abbiamo collocato dei fari di media intensità sulle finestre del secondo ordine della Sagrestia. Per stabilire la colorazione di queste lampade a led abbiamo rilevato lo spettro luminoso del sole nei pressi di San Lorenzo, così da essere il più conformi possibile alla luce naturale. I fari agiscono come un supporto non invasivo all'illuminazione naturale, senza interferire con la riverberazione luminosa, rispettando l'intenzione originale di Michelangelo ma senza cancellare le modifiche portate dalla costruzione della Cappella dei Principi.

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